Interessi a tasso ultralegale e capitalizzazione trimestrale. Chiusura del conto corrente e decorrenza del termine prescrizionale: spetta al cliente in ripetizione provare il carattere non solutorio della rimessa.

02 Novembre 2018 Usura bancaria e anatocismo 69 Views

banche interessi prescrizioneCon sentenza del 28 gennaio 2016, la Corte d'appello di Brescia confermava la decisione di primo grado, la quale, nell'accogliere parzialmente la domanda proposta dalla società correntista, dichiarava la nullità delle clausole sugli interessi a tasso ultralegale e sulla capitalizzazione trimestrale e per l'effetto condannava la banca alla restituzione delle somme indebitamente percepite a partire, ai fini della decorrenza della prescizione decennale, dalla data di chiusura del conto corrente bancario

La Corte d'Appello, per quello che qui interessa, ha ritenuto che, ai fini del decorso della prescrizione dalla chiusura del conto corrente bancario, è necessario, ove il cliente alleghi il pagamento dell'indebito, che egli provi la natura non solutoria, ma ripristinatoria delle rimesse effettuate, in quanto egli alleghi e dimostri l'esistenza di un'apertura di credito e del relativo importo, essendo l'esistenza del contratto di apertura di credito un fatto costitutivo del diritto alla ripetizione vantato.

Tuttavia, nella specie, il correntista si era limitanto al generico riferimento a saldi negativi ed agli addebiti nell'estratto conto per la causale "spese gestione fido" e "revisione fido". In ogni caso, la mera presenza costante di saldi passivi non permetteva da sola di desumere l'esistenza e l'ammontare di singoli affidamenti, rendendo impossibile per il giudice di verificare la natura dei versamenti.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società correntista, lamentando la violazione e la falsa applicazione dell'art. 2697 c.c., in virtù del principio secondo cui occorre presumere la natura normalmente ripristinatoria del versamento, salvo che la banca non provi il contrario e la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2697 e 2935 c.c., ritenendo di aver sin dall'inizio dedotto l'esistenza di un fido di fatto, mentre il contratto di apertura di credito, non avendo la forma scritta necessaria, si poteva fondare sull'accertamento di prove indirette, quali gli estratti conto, i riassunti scalari, i report della centrale rischi, la stabilità dell'esposizione, l'entità del saldo debitore, la previsione di una commissione di massimo scoperto, la mancanza di richieste della banca, ed altro; mentre individuava il limite dell'affidamento nello stesso massimo scoperto consentito di fatto.

La Suprema Corte nel ritenere infondati i motivi di ricorso ed in parte inammissibili nel confermare la decisione di merito ha ribadito il seguente principio di diritto: "grava sull'attore in ripetizione, al fine di poter considerare detti versamenti alla stregua di meri atti di ripristino della disponibilità - come tali, non aventi lo scopo e l'effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca e, dunque, inidonei al decorso della prescrizione - l'onere di provare l'esistenza di un affidamento.

In definitiva, poiché la decorrenza della prescrizione dalla data del pagamento è condizionata al carattere solutorio, e non meramente ripristinatorio, dei versamenti, essa sussiste sempre in mancanza di un'apertura di credito: onde, eccepita dalla banca la prescrizione del diritto alla ripetizione dell'indebito per decorso del termine decennale dal pagamento, è onere del cliente provare l'esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quel pagamento come mero ripristino della disponibilità accordata."

Di seguito il link al testo integrale della sentenza Cassazione, Sez. Prima Civile, n. 27705 del 30/10/2018

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